RAZZISMO AI NOSTRI GIORNI. LA TRASFORMAZIONE CHE SOLO LA MORTE REGALA.

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    Parlare di razzismo nel 2021 risulta veramente paradossale, ma in realtà non si tratta di una situazione molto lontana: la TV rimanda involontariamente a differenze razziali, i giornali e la cronaca utilizzano ancora titoli colorati di pelle o provenienza, i social e l'integrazione nel gruppo dei pari assume la forma di impresa difficile. In una società all'avanguardia come la nostra su tanti punti di vista ci troviamo a fare i conti con limitazioni di colori, cultura, tradizioni e stereotipi. Ancora oggi? Purtroppo sì.
    La frase che maggiormente sento pronunciare è: "non sono razzista ma ..." Una frase piena di razzismo già di per sé.
    Con l'aumento del flusso migratorio è aumentata anche l'ostilità nei confronti dei "non italiani".
    Premesso che la scienza ha dichiarato che "le razze" non esistono perché la razza umana è unica, il mondo occidentale ha conosciuto due forme di razzismo: una legata all'ideologia e alla biologia e l'altra differenzialista.
    Nel primo caso abbiamo a che fare con la superiorità della razza, nel secondo con le differenze culturali. Qui vince l'idea bizzarra quasi ossessiva della sostituzione etnica ossia la convinzione che troppi appartenenti a gruppi etnici differenti porteranno inevitabilmente alla fine della cultura nazionale.
    Costoro ignorano che nel corso della storia questi fenomeni sono sempre esistiti e che noi siamo il risultato di una mescolanza che si è prodotta nel corso del tempo.
    I racconti di storie che vedono come protagonista la lotta per far notare l'essere persona prima che la razza di appartenenza, donano un grande insegnamento: le parole sono pietre e bisogna maneggiarle con cura.
    È sul termine parola che mi riallaccio a una parola poco usata o meglio evitata: la morte. Un po' per cultura e un po' per la connotazione negativa donata al termine, sempre più sono le persone che hanno difficoltà al solo sentirla pronunciare. Una parola che si arricchisce di paura e sofferenza. Ma in realtà cos'è? Essa fa riferimento alla fine, è senza dubbio connessa al dolore ma è anche la strada diretta alla vita nel senso che ne fa parte.
    Senza morte essa non ci sarebbe nascita. Basti pensare alla morte del bruco che permette la nascita della farfalla o ancora alla nascita di un bimbo che sancisce la fine della gravidanza.
    Dunque la morte è trasformazione, è dare una nuova forma attraverso ricordi e immaginazione. È l'evento con cui prima o poi entriamo in contatto, l'evento che ci dona la possibilità di dare una nuova vita. Nel caso della perdita di una persona cara, la morte porta alla sostituzione del contatto visivo e corporeo con il dare una nuova forma alla persona e a continuare a vivere con essa dentro di noi.
    È un'esperienza di vita che porta con sé dei cambiamenti anche in chi resta in termini di responsabilità e autonomia. Responsabilità di accrescere le possibilità di risposta agli eventi della vita e autonomia nel senso di affidarsi alle proprie risorse e capacità.
    La morte, così come la si intende ovvero la fine, è costantemente nelle nostre vite: la fine dell'asilo che ci porta alle scuole elementari, la fine delle scuole superiori che ci porta alla scelta di vita del nostro futuro, il diventare adulti che porta l'aabbandono della famiglia d'origine per dare spazio ad una nuova  famiglia e così via.

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