Vivere per un figlio

    Illustrazione astratta acquerellata di forme organiche calde e azzurre, simbolo di presenza e confini sani nella relazione genitoriale

     

    Vivere o sacrificarsi: una scelta scomoda

    Non voglio morire per mio figlio. Voglio vivere anche per lui.

    C'è una frase che sento spesso, detta con amore e con una certa enfasi epica:
    "Io per mio figlio morirei."
    La capisco. Ne riconosco l'intenzione. Ma ogni volta, dentro di me, qualcosa fa resistenza.
    Perché io no.
    Io non voglio morire per mio figlio.
    Io voglio vivere anche per lui.

    E non è una provocazione. È una scelta. Quotidiana, imperfetta, continuamente da rinnovare.

     

    La fatica della presenza quotidiana

    Morire è un gesto unico, assoluto, che non richiede continuità.
    Vivere, invece, è faticoso. Vivere chiede presenza, limiti, responsabilità.
    Chiede di esserci quando si è stanchi, quando si sbaglia, quando non si è all'altezza dell'idea che ci eravamo fatti di noi stessi come genitori, come adulti, come professionisti della cura.

    Dire "morirei per mio figlio" suona nobile.
    Dire "vivo anche per mio figlio" è molto più scomodo.

     

    Non annullarsi nel ruolo

    Perché vivere significa non annullarsi.
    Non dissolversi nel ruolo.
    Non trasformare l’amore in una sparizione elegante.

    Significa continuare a essere una persona, non solo una funzione.
    Una madre, sì.
    Ma anche una donna, una terapeuta, un corpo, una mente che sente, che ha confini, che a volte dice no.

     

    Il confine del contatto e la relazione che nutre

    Come psicoterapeuta della Gestalt, so bene che la crescita avviene al confine del contatto.
    E il contatto ha bisogno di due figure.

    Se io scompaio, se mi sacrifico fino a non esserci più, non sto creando relazione: sto creando vuoto.
    E il vuoto, per un bambino, non è nutriente.
    È disorientante.

     

    Stare nel mondo insieme

    Vivere per un figlio non significa metterlo al centro di tutto.
    Significa stare nel mondo e permettergli di stare nel mondo con me.

    Significa mostrargli che la vita non è una prestazione morale, ma un’esperienza complessa, a volte contraddittoria, comunque degna di essere abitata.

     

    Cosa non serve fare per crescere

    Questo percorso nasce da qui.
    Non dal desiderio di spiegare come si fa a essere genitori migliori.
    Ma dalla necessità di dire, con onestà: cosa non serve fare per crescere figli — e adulti — che possano stare bene senza sentirsi costantemente in difetto.

     

    La cura come spazio abitabile

    Negli ultimi anni ho attraversato cambiamenti che hanno spostato il mio sguardo.
    Non voglio raccontare me.
    Voglio dare parola a ciò che questo passaggio mi ha insegnato: che la cura non è perfezione, ma presenza.
    Che il limite non è un fallimento, ma una struttura.
    Che l’ambiente conta più delle intenzioni.
    Che la relazione guarisce più della tecnica.

    Winnicott parlava di madre sufficientemente buona.
    Montessori di ambiente preparato.
    Io, oggi, direi: spazi abitabili.
    Spazi emotivi, relazionali, educativi in cui non serve essere impeccabili, ma reali

     

    Restare senza consumarsi

    Questo non è un percorso su come fare di più.
    È un percorso su come smettere di consumarsi nel tentativo di essere tutto.

    Perché io non voglio morire per mio figlio.
    Voglio vivere.
    E restare.
    Anche quando non so bene come si fa.